Le radici della tradizione
Giunco o oleastro, canne o asfodelo: materiali semplici da reperire e con destinazioni d’uso tra le più svariate. E questo gli uomini e le donne di Sardegna lo sanno bene. Da tempo immemore, infatti, quella dell’intreccio è un arte di cui siamo maestri.
Anche a Masullas la tradizione dell’intreccio ha radici profonde. Per questo come CEAS Masullas – Parte Montis abbiamo deciso di avviare con bambin* e ragazz* delle scuole del territorio il progetto “IntrArt: tessiamo un futuro migliore”.
Un progetto che mette insieme il valore delle tradizioni, le potenzialità del territorio e l’uso sostenibile delle risorse. Maestri della tradizione insegnano ai bambini l’antica arte dell’intreccio . Dal giunco ai tessuti, passando per la pasta e le palme.
Alcuni accenni sull’intreccio, dalla storia alle fibre vegetali utili per la realizzazione di manufatti.
Cos’è l’intreccio?
L’intreccio è una delle principali espressioni dell’artigianato artistico dell’Isola. Che si tratti di tessuti, fibre o pasta, quella dell’intreccio è una delle lavorazioni alla base dell’identità della Sardegna.
“Esiste un rapporto diretto tra mano e cervello e non è un caso che gran parte della corteccia celebrale sia interessata dalle terminazioni nervose che confluiscono nelle complesse articolazioni della mano. Si può
dire, forse, che l’intreccio, basandosi necessariamente sulla capacità di operare della mano, ha stimolato la crescita e l’evoluzione del cervello: pertanto considerare l’arte dell’intreccio come un banale momento dell’attività dell’uomo, sarebbe oltremodo riduttivo e anche ingiusto e significherebbe non comprendere appieno il valore complessivo che essa ha avuto nella storia dell’evoluzione e della civiltà umana” (da “Le piante nella cestineria della Sardegna” di Ignazio Camarada, in “Intrecci Storia, linguaggio e innovazione in Sardegna” ed. Ilisso)

Asfodelo, canne, giunco, palma. Che fosse la copertura di una casa o un paniere, tutto ciò che veniva realizzato era importante per la quotidianità e durava nel tempo. Si sfruttavano materiali semplici che venivano raccolti, puliti e infine lavorati per giungere al prodotto finale. Un processo che comportava la conoscenza scrupolosa delle proprietà dei materiali (resistenza, flessibilità), ma anche grandi abilità nell’intrecciare, torcere, legare, le varie parti per giungere all’opera finita.
Con l’avvento dei nuovi materiali, i maestri dell’intreccio sono andati via via scomparendo. Le sedie in plastica hanno sostituito gli scanni, le bacinelle hanno preso il posto delle gerle, i colini hanno spazzato via i setacci e così via, sono andati svanendo i testimoni di una tradizione di grande importanza a livello domestico ma anche, e soprattutto, sul piano culturale e ambientale.
Sì, perché quella dell’intreccio è un’arte soprattutto sostenibile ed ecologica. Il lavoro lungo e meticoloso, fatto di tempi scanditi dalla natura, ha lasciato spazio alla velocità dell’usa e getta e ai suoi rifiuti, complici dell’inquinamento della Terra.
Intreccio: le piante della Sardegna
Che ne sanno i millenials e la generazione Z. Proprio loro, figli dell’era dei tutorial su YouTube e della viralità dei social media, non sanno cosa si può realizzare con la materia prima che ci mette a disposizione la natura. Ma soprattutto, non conoscono la materia prima.
Giunco, lentisco, oleastro, palme, canne e tante altre. La conoscenza di queste piante ha un peso importante per la conservazione della tradizione ma anche a livello ecologico e sostenibile. Infatti, prima dell’avvento della plastica e dei materiali moderni, esse rappresentavano le fonti di fibre vegetali necessarie per la realizzazione dei manufatti. Conoscerle, se non altro, rappresenta una enorme ricchezza in termini di consapevolezza dell’esistenza di materiali sostenibili per lo sviluppo ecocompatibile.

Le materie prime adoperate per la realizzazione di questi oggetti variano da zona a zona, in quanto venivano utilizzati materiali facilmente reperibili nei territori circostanti. Tra i più comuni ricordiamo:
Asfodelo: specie erbacea perenne, dalle radici tuberose, foglie lineari e fiori biancastri. Utilizzato soprattutto per la realizzazione di cestini.
Canna: pianta erbacea perenne e dal fusto lungo, cavo e robusto. Per via della sua struttura è tra le piante più utilizzate in tutto il bacino mediterraneo. Lavorata in listelli, pestata o intera, veniva, e tuttora viene utilizzata per le lavorazioni più diverse, dalle ceste alle tettoie.
Giunco: un termine che comprende diverse specie di piante, tra cui il più famoso giunco acuto. Raccolto a fine estate e debitamente essiccato e lavorato, il giunco acuto, erba perenne, cespugliosa, dotata di rizoma, è quello più utilizzato per la realizzazione di cestini, setacci e altro.
Lentisco: questo arbusto sempreverde è uno dei pilastri della vegetazione della macchia mediterranea. I suoi polloni, rami prodotti dalla pianta a seguito di incendio o taglio, sono flessibili e resistenti. Per via di queste caratteristiche, i polloni si prestano per la realizzazione di fondi di canestri e sporte o parti di rinforzo di altre creazioni in canna.
Oleastro: uno dei componenti più diffusi e caratteristici della macchia mediterranea, è la razza spontanea del comune olivo. L’oleastro è caratterizzato da un elevato numero di polloni, rami lunghi, sottili, flessibili e resistenti che si formano ai piedi dell’albero o dalle cicatrici di un ramo tagliato. Per le loro caratteristiche vengono utilizzati ampiamente nella tradizione dell’intreccio di ceste di grandi dimensioni, spesso in associazione alla canna.

Palma nana: come suggerisce il nome stesso, è una palma di piccole dimensioni che può raggiungere massimo 1-2 metri di altezza. Le sue foglie, suddivise in segmenti disposti a ventaglio, la rendono una delle specie più importanti per la cestineria isolana per via della loro versatilità. Veniva utilizzata nella realizzazione di diversi tipi di manufatti: dai cestini ai panieri, dalle stuoie alle scope, dalle reti ai cappelli e così via. Oggi permane il suo utilizzo per la realizzazione di oggetti ornamentali e palme intrecciate.
Tifa: pianta erbacea perenne che produce un gran numero di foglie utilizzate per i manufatti. Un prodotto estremamente prezioso per l’artigianato sardo, alla base della realizzazione di stuoie e adoperate per la tessitura del fondo delle sedie.
Non si esclude la presenza di altre specie alloctone (non originarie della zona, ma immesse dall’uomo), entrate di diritto nelle lavorazioni artigianali, come la rafia.
L’arte dell’intreccio in Sardegna
“Così scrive Valery, viaggiatore colto e curioso che visita la Sardegna nel 1834: «Ebbi il piacere di vedere la camera di una giovane sposa, ornata dei cestini e dei canestri necessari ai lavori di casa e che, con la biancheria, costituiscono la sua dote»” (da “Cestineria” di Giovanni Maria Demartis, in “Intrecci Storia, linguaggio e innovazione in Sardegna” ed. Ilisso).
In Sardegna la realizzazione di cestini era prevalentemente domestica e, soprattutto, finalizzata alla creazione di oggetti che rispondessero alle esigenze della famiglia. Tuttavia, soprattutto in alcuni centri, si potevano incontrare donne che intrecciavano le fibre per realizzare oggetti che venivano poi portati negli altri paesi per essere venduti.

“L’abate Vittorio Angius già nella prima metà del 1800 segnala questo fenomeno per alcuni paesi ancor oggi rinomati per l’artigianato dei canestri. Ad esempio, per Sennori nota che (…)«le donne (…) più volentieri si occupano a fabbricare sporte, canestri, ed altro col fieno e con le foglie del palmizio, perché viaggian spesso alla città per vendere». Rileva che a Ollolai le donne «ritraggono ancora notevole lucro da’ canestri che fabbricano e che i loro mariti o fratelli portano intorno ai prossimi e lontani dipartimenti »” (da “Cestineria” di Giovanni Maria Demartis, in “Intrecci Storia, linguaggio e innovazione in Sardegna” ed. Ilisso). E ancora esempi da Sinnai, San Vero Milis, Urzulei, Flussio. La circolazione arrivava sino al Campidano, che si trattasse di commercio o scambio.
Alcune produzioni erano prettamente femminili, in altri casi, invece, qualora fosse necessaria una forza maggiore, erano gli uomini a realizzare i manufatti: dalle stuoie ai silos per il grano, ad esempio, fino alle nasse e alle reti da pesca.
Poi ci sono i fiaschi rivestiti, le gerle, i crivelli, le funi e tanto altro ancora. Per ogni creazione una tecnica di intreccio, più o meno veloce, più o meno complicata, più o meno pregiata.
Uno degli aspetti più suggestivi dell’intreccio è quello della decorazione. La magia che emerge da queste creazioni è che, nella maggior parte dei casi (esistono infatti delle eccezioni), le decorazioni sono frutto della pratica stessa.

Le caratteristiche estetiche sono prevalentemente insite nella natura della creazione. Ad esempio: “In moltissimi cesti destinati alla panificazione, inoltre, con espediente decorativo e insieme funzionale, è consueta l’apposizione in fase di manifattura di un cerchietto di stoffa al centro del manufatto, proprio in un settore particolarmente delicato che, se troppo usurato, renderebbe precaria tutta la connessione dell’intreccio, poiché regge l’avvio dell’intera struttura elicoidale” (da “Cestineria” di Giovanni Maria Demartis, in “Intrecci Storia, linguaggio e innovazione in Sardegna” ed. Ilisso).
Tuttavia non mancano casi in cui le creazioni sono appositamente pensate con lavorazioni prettamente ornamentali ed estetiche. I colori e la consistenza dei diversi materiali permettevano di realizzare giochi di forme e meravigliose sfumature di colore.
Tantissime le fibre utilizzate per altrettante lavorazioni. Sempre nel religioso rispetto dei cicli della natura per la scelta, la raccolta e l’utilizzo delle varie specie vegetali. Conoscenze, credenze ed esperienza si intrecciavano, come le stesse fibre che costituivano il manufatto, in una maglia forte, fitta e radicata nella cultura del popolo.